Novanta gli arbitri aggrediti in Sicilia. Preoccupato il Presidente Regionale Pippo Raciti.

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Novanta gli arbitri aggrediti in Sicilia. Preoccupato il Presidente Regionale Pippo Raciti.

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La violenza specchio della società e delle nostre coscienze. Violenza fisica, verbale, morale, sessuale e psicologica. Violenza, insomma, di ogni genere. Noi, che non intendiamo fare i moralisti ad ogni costo, puntiamo i riflettori sulla violenza negli stadi e, in particolare, sugli arbitri. Sui giovani arbitri che, avendo scelto questo tipo di attività sportiva peculiare o, forse, speciale, spesso sono bersaglio di ingiurie e insulti verbali, ma anche, purtroppo, di vere e proprie aggressioni fisiche.

Chi si rende protagonista di questo tipo di brutali atti, non è una persona normale, si tratta quasi sempre di esaltati, di soggetti frustrati, che non riescono a frenare i loro violenti istinti, scagliandosi contro l'arbitro che in quel momento risulta il bersaglio su cui scaricare la propria ira, la propria rabbia. Dimenticando che si tratti di ragazzi indifesi che hanno fatto una scelta coraggiosa: quella di dirigere le partite cercando di fare rispettare i regolamenti.

In fatto di incidenti con protagonisti gli arbitri aggrediti, la Sicilia vanta un triste primato in Italia: la stagione scorsa sono stati 81 gli episodi registrati in Sicilia mentre in quella in corso, non ancora ultimata, sono già 90 quelli registrati. E' l'argomento che affrontiamo con il presidente regionale degli arbitri, l'acese Pippo Raciti.

«Purtroppo - fa osservare Raciti, fortemente rammaricato - l'80% degli incidenti sono causati proprio dai tesserati, siano essi dirigenti, allenatori o giocatori. Questo è un triste dato di fatto negativo poiché una volta erano gli spettatori a perpetrare la loro virulenza. Oggi, che ci sono meno spettatori rispetto al passato, sono i diretti protagonisti a rendersi colpevoli di questi misfatti».

Episodi che lasciano il segno? «A fronte di questa amara realtà, se non si riesce ad eliminare questa triste piaga, si registra un trend negativo a reclutare nuovi arbitri, senza contare che, a volte, soltanto per esperienze vissute da altri colleghi, c'è chi decide di abbandonare l'attività».

Nei casi di aggressione cosa suggerisce il settore arbitrale? «Innanzitutto di interrompere le partite e di recarsi al pronto soccorso per farsi refertare. Nei casi più incivili chiediamo al presidente della Figc, Giancarlo Abete, l'autorizzazione per adire le vie legali, che spesso ci viene concessa. Bisogna aggiungere che, in ambito giudiziario, ci sono state delle sentenze che hanno decretato sanzioni abbastanza pesanti di tipo pecuniario nei confronti dei diretti responsabili, in alternativa alle condanne vere e proprie. Però, c'è da sottolineare la lentezza con cui vengono fatti i rimborsi agli arbitri quando subiscono danneggiamenti alle loro vetture».

Qual è un possibile rimedio? «Ci rendiamo conto che la violenza esprime la realtà quotidiana, che è un fatto di cultura e civiltà sociale, ma la soluzione per abbattere questi numeri sarebbero periodici incontri chiarificatori, discussioni aperte tra tutte le componenti del calcio, ossia, arbitri, dirigenti, allenatori e calciatori comprese le leghe. Per cambiare questo sistema, bisogna avviare questo cambiamento partendo dalla base, cioè dai settori giovanili dove, purtroppo, emerge una violenza e non solo verbale da parte dei genitori dei calciatori, che poi, a loro volta, crescendo, il virus se lo portano dentro».

La Lega e i Comitati come potrebbero agire? «Il nostro obiettivo principale è azzerare questi episodi, ma da soli non possiamo farcela, ci deve essere la volontà da parte di tutti. L'unico deterrente in grado di funzionare realmente sarebbe quello di natura economica. Infliggere, cioè, pesanti sanzioni di tipo economico alle società responsabili e agli stessi diretti protagonisti. Insomma colpire economicamente i violenti».

 



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